Elisa Amato (Ph Web)

Dolore e indignazione per la fondazione approvata dal Tar

Il 26 maggio 2018, Federico Zini aspetta Elisa Amato davanti alla sua abitazione, la costringe a salire in auto e apre il fuoco, uccidendola. Successivamente si reca a San Miniato, in provincia di Pisa, dove rivolge la pistola contro sé stesso e si suicida. Elisa era stata la sua fidanzata. Sette anni dopo quel tragico giorno, la famiglia di Elisa è costretta ad affrontare un nuovo trauma: il Tribunale Amministrativo Regionale ha approvato la creazione di una fondazione contro la violenza sulle donne voluta dalla famiglia dell’assassino, a patto che non porti il nome di Federico Zini.

Nel 2018, pochi mesi dopo il femminicidio, Maurizio Zini, padre di Federico, aveva annunciato pubblicamente la sua intenzione di fondare un ente contro la violenza di genere in memoria del figlio. Quell’iniziativa provocò una durissima reazione da parte dell’opinione pubblica, delle istituzioni e dei familiari di Elisa. La Regione Toscana si oppose con fermezza e rifiutò l’iscrizione della fondazione al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore, bloccando così ogni iter amministrativo. In risposta, Viola Erbucci, la migliore amica di Elisa Amato, lanciò una raccolta fondi e una campagna mediatica contro la creazione dell’ente. Le sue parole furono chiare: “Non possiamo tollerare che un assassino venga celebrato attraverso un ente benefico. L’unico nome da ricordare è quello di Elisa“.

La famiglia Zini ha deciso di non arrendersi e, dopo anni di silenzio, ha presentato ricorso al Tar, ottenendo infine un verdetto favorevole. Il tribunale ha concesso la possibilità di costituire una fondazione dedicata alla prevenzione della violenza contro le donne, a condizione che il nome del fondatore non coincida con quello dell’autore del delitto. Questa scelta, anche se vincolata, ha comunque suscitato una profonda indignazione nei parenti della vittima.

Elena Amato, sorella di Elisa, ha commentato la notizia con dolore e amarezza. “Da quando mia sorella è stata uccisa, ho trasformato la mia vita in una battaglia contro la violenza sulle donne. Sentire che la famiglia dell’assassino può fondare un ente per questa causa, senza mai averci nemmeno chiesto di intitolarlo a Elisa, mi devasta“, ha dichiarato. Ha poi aggiunto: “Non ho mai ricevuto un messaggio di scuse. Non c’è stata una sola telefonata, nessun gesto di riconciliazione. Hanno preferito spendere soldi in avvocati per difendere un progetto che nasce sulla memoria distorta del dolore. La vittima qui era mia sorella, ma il rischio è che l’attenzione vada verso chi ha commesso il crimine“.

Il quotidiano La Nazione ha contattato Maurizio Zini per chiedere chiarimenti sul progetto, sui contenuti dell’ente e sulle sue finalità. L’uomo ha risposto in modo netto: “Non rilascio dichiarazioni“. Nessun dettaglio, nessuna spiegazione pubblica è giunta dalla famiglia del killer, lasciando spazio solo a domande e sospetti.

L’approvazione della fondazione ha acceso un intenso dibattito all’interno della società civile. Molti attivisti, esperti e rappresentanti dei centri anti-violenza vedono in questa vicenda il pericolo di un ribaltamento etico e comunicativo. L’idea che una fondazione contro la violenza sulle donne possa essere promossa dai familiari di chi ha commesso un femminicidio, pur con limiti formali, rischia di spostare il centro della narrazione dalla vittima al carnefice.

Numerosi commentatori sottolineano che l’opinione pubblica tende spesso a compatire chi ha ucciso, cercando giustificazioni o attenuanti, mentre dimentica il dolore di chi resta. Per questo, qualsiasi iniziativa pubblica deve rispettare una soglia precisa: la dignità e il nome di chi non ha avuto voce.

Di fronte alla sentenza del Tar, Elena Amato ha annunciato che non intende rivolgersi alla magistratura, ma ha già avviato un confronto con centri anti-violenza e rappresentanti istituzionali per organizzare una mobilitazione civile. “Se sarà necessario, guiderò una campagna nazionale per impedire che si realizzi questa fondazione. Lo devo a mia sorella. Lo devo a tutte le donne uccise per aver detto ‘no’“, ha affermato.

La battaglia che Elena ha intrapreso va oltre il dolore personale. Riguarda l’intero tessuto sociale, le modalità con cui si raccontano le tragedie e il rispetto della memoria di chi ha perso la vita per mano di chi avrebbe dovuto amarle.

A cura di Martina Russo

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