L’85,4% dei bambini italiani mostra una diffidenza intermedia o alta verso gli alimenti sconosciuti: secondo gli esperti, pazienza, ripetizione, coinvolgimento e serenità possono aiutare ad ampliare gradualmente la varietà della dieta
Broccoli nel piatto, uno sguardo severo rivolto al genitore e una risposta che sembra chiudere immediatamente ogni possibilità di trattativa: «Questo non lo mangio». Per moltissime famiglie rappresenta una scena quotidiana, soprattutto durante gli anni dell’infanzia, quando alcuni alimenti nuovi possono suscitare diffidenza, rifiuto o persino una reazione immediata di chiusura. Dietro questo comportamento, tuttavia, spesso non si nasconde un semplice capriccio. Gli esperti parlano di neofobia alimentare, un fenomeno che indica la riluttanza del bambino davanti a cibi nuovi o poco familiari e che può accompagnare una normale fase dello sviluppo.
Il rifiuto può riguardare un alimento mai assaggiato, ma anche una preparazione che cambia forma, colore, consistenza o aspetto rispetto a ciò che il bambino conosce già. Per questo motivo, un piatto apparentemente semplice può diventare improvvisamente difficile da accettare. La neofobia alimentare rappresenta quindi una delle principali difficoltà che i genitori incontrano quando cercano di ampliare la varietà degli alimenti consumati dai propri figli. La buona notizia è che, nella maggior parte dei casi, la pazienza e un approccio graduale possono aiutare il bambino a sviluppare una maggiore familiarità con nuovi sapori.
Un fenomeno frequente durante l’infanzia
Secondo una ricerca del CREA, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, l’85,4% dei bambini italiani analizzati presenta un livello intermedio o alto di neofobia alimentare. Lo studio ha evidenziato quanto la diffidenza verso gli alimenti sconosciuti possa influenzare le abitudini a tavola e il rapporto con alcuni gruppi di alimenti particolarmente importanti per una corretta alimentazione.
Una maggiore neofobia può infatti accompagnarsi a una minore aderenza alla dieta mediterranea e a una maggiore difficoltà nell’accettare frutta, verdura e legumi. Proprio questi alimenti, spesso fondamentali per costruire un’alimentazione varia ed equilibrata, possono incontrare una forte resistenza da parte dei bambini che preferiscono consumare soltanto ciò che conoscono e che considerano sicuro.
Prima di preoccuparsi, però, occorre distinguere la neofobia alimentare dalla selettività. Non tutti i bambini selettivi soffrono necessariamente di neofobia e i due fenomeni non rappresentano la stessa cosa. Un bambino può scegliere sempre gli stessi alimenti ma accettare di assaggiare un prodotto nuovo, oppure può rifiutare con decisione qualsiasi alimento che non conosce pur consumando una quantità relativamente ampia di cibi già familiari.
La neofobia alimentare compare soprattutto durante alcune fasi dell’infanzia e può raggiungere il suo momento più evidente tra i primi anni di vita e l’età prescolare, per poi attenuarsi progressivamente. Per questo motivo, gli esperti invitano i genitori a non trasformare ogni rifiuto in un motivo di scontro. Il bambino non deve vivere il pasto come una prova da superare né il genitore deve trasformarsi in un arbitro impegnato a controllare ogni boccone.
La ricerca mostra che le abitudini possono cambiare
Un altro importante contributo arriva da uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports dai ricercatori dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. La ricerca ha analizzato l’effetto di un percorso di educazione alimentare costruito attraverso il metodo Nutripiatto e ha coinvolto centinaia di bambini italiani.
Il progetto ha seguito i partecipanti attraverso attività dedicate alla conoscenza degli alimenti e alla costruzione di abitudini più equilibrate. I bambini hanno utilizzato il metodo anche nell’ambiente domestico, trasformando così l’educazione alimentare in un percorso condiviso con le famiglie. Dopo il periodo previsto dal progetto, i ricercatori hanno osservato diversi cambiamenti nelle abitudini alimentari dei partecipanti.
Tra gli aspetti emersi figurano una maggiore attenzione alle porzioni, variazioni nella frequenza di consumo di diversi alimenti e una crescita del consumo di alcuni prodotti considerati importanti all’interno di una dieta equilibrata. In alcune aree coinvolte nello studio, il consumo di verdure ha registrato un incremento significativo. Anche l’assunzione di acqua ha mostrato segnali positivi in alcune delle regioni interessate.
Lo studio presenta comunque alcuni limiti che occorre considerare quando si interpretano i risultati. I ricercatori hanno raccolto parte delle informazioni attraverso questionari compilati dai genitori e il progetto non ha previsto un gruppo di controllo né una randomizzazione. I risultati indicano quindi un possibile effetto positivo dell’educazione alimentare, ma non consentono di attribuire automaticamente ogni cambiamento osservato al solo intervento.
Tra i ricercatori coinvolti figurano Chiara Spiezia, Claudia Di Rosa, Martina Monticone, Greta Lattanzi, Francesca La Farina, Laura De Gara e Yeganeh Manon Khazrai. Il lavoro sottolinea soprattutto l’importanza di costruire un rapporto positivo con il cibo, senza ricorrere a pressioni e imposizioni.
La ripetizione aiuta a superare la diffidenza
Uno dei consigli più importanti riguarda la ripetuta esposizione agli alimenti che il bambino rifiuta. Un alimento nuovo non deve necessariamente piacere al primo assaggio. Il genitore può continuare a proporlo in occasioni diverse, senza pretendere che il bambino lo mangi immediatamente. La familiarità può infatti aumentare con il tempo e rendere progressivamente meno estraneo un sapore, un odore, un colore oppure una consistenza.
La letteratura scientifica indica che possono servire numerose esposizioni prima che un bambino accetti realmente un alimento nuovo. Questo significa che un rifiuto iniziale non dovrebbe necessariamente chiudere la questione. Il bambino potrebbe aver bisogno di vedere quello stesso alimento più volte prima di sentirsi pronto a provarlo.
Insistere con pazienza non significa obbligare. La differenza resta fondamentale. Il genitore può continuare a offrire il cibo senza trasformare l’assaggio in un obbligo e senza ricorrere a minacce, ricatti o premi. L’obiettivo consiste nel creare familiarità e non nel vincere una battaglia a tavola.
Coinvolgere i bambini rende il cibo più familiare
Un secondo approccio riguarda il coinvolgimento diretto nella preparazione dei pasti. Un bambino può aiutare a lavare una verdura, scegliere alcuni ingredienti, mescolare un impasto oppure osservare come cambia un alimento durante la cottura. Queste attività trasformano la cucina in uno spazio di scoperta e permettono al piccolo di entrare in contatto con gli alimenti prima ancora di trovarseli nel piatto.
La curiosità può diventare un prezioso alleato dell’educazione alimentare. Toccare, annusare, osservare e conoscere un ingrediente può ridurre quella sensazione di estraneità che spesso accompagna il rifiuto. Anche quando il bambino non decide di assaggiare immediatamente ciò che ha contribuito a preparare, l’esperienza può comunque rappresentare un passo avanti.
L’esempio degli adulti conta più delle raccomandazioni
Un altro elemento importante riguarda il comportamento degli adulti. I bambini osservano continuamente ciò che fanno genitori e familiari e possono riprodurre abitudini che vedono nella vita quotidiana. Se a tavola gli adulti consumano con naturalezza verdure, frutta, legumi e altri alimenti, il bambino può sviluppare una maggiore familiarità con quei prodotti.
L’esempio quotidiano può quindi risultare più efficace di una lunga serie di raccomandazioni. Dire a un bambino che deve mangiare le verdure mentre gli adulti evitano sistematicamente quegli alimenti crea un messaggio contraddittorio. Una famiglia che condivide il pasto e mostra curiosità verso cibi diversi offre invece un modello concreto che il bambino può osservare e, con il tempo, imitare.
Raccontare gli alimenti apre una finestra sulle culture
Un ulteriore strumento consiste nel raccontare la storia degli ingredienti. Sapere da dove arriva un alimento, come cresce, come lo utilizzano altre popolazioni o quale tradizione culinaria lo accompagna può trasformare un prodotto sconosciuto in qualcosa di più interessante.
Questo approccio assume un valore particolare in una società sempre più multiculturale, dove famiglie con tradizioni differenti condividono quotidianamente le proprie abitudini alimentari. Conoscere un ingrediente significa anche conoscere una parte della cultura che lo utilizza. Il pasto può così diventare un’occasione educativa capace di unire alimentazione, curiosità e scoperta.
Un ambiente sereno può cambiare il momento del pasto
L’ultimo elemento riguarda l’atmosfera che accompagna il momento in cui la famiglia si siede a tavola. Urla, pressioni, minacce e ricatti possono trasformare il cibo in una fonte di ansia e tensione. Al contrario, un ambiente tranquillo può favorire una maggiore disponibilità alla scoperta.
Il pasto dovrebbe rappresentare un momento di condivisione e non un esame da superare. Il bambino può avere bisogno di tempo per accettare un alimento e il genitore può accompagnarlo senza trasformare ogni rifiuto in un conflitto. Una tavola serena permette di parlare, osservare, assaggiare e anche sbagliare senza conseguenze.
Nutripiatto Senza Confini punta sulla varietà
Da questa impostazione nasce anche Nutripiatto Senza Confini, evoluzione del progetto Nutripiatto sviluppato da Nestlé con il contributo scientifico dell’Università Campus Bio-Medico di Roma e della SIPPS, la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale.
Il progetto propone un modello capace di affiancare i principi della dieta mediterranea a ingredienti e tradizioni provenienti da culture differenti. Cous cous, noodles, quinoa, tofu, pak choi e miglio possono quindi trovare spazio accanto agli alimenti più tradizionali della cucina italiana.
L’obiettivo non consiste nel sostituire una tradizione con un’altra, ma nell’offrire alle famiglie strumenti per costruire pasti equilibrati e allo stesso tempo rispettosi delle diverse abitudini culturali. La varietà alimentare può diventare così anche uno strumento di inclusione, educazione e curiosità.
La neofobia alimentare, dunque, non richiede necessariamente soluzioni drastiche. Il percorso suggerito dagli esperti parte soprattutto dalla pazienza e dalla continuità. Proporre nuovamente un alimento, coinvolgere il bambino nella preparazione, dare il buon esempio, raccontare ciò che si porta in tavola e mantenere un clima tranquillo possono rappresentare cinque strategie semplici ma importanti.
Un bambino che oggi rifiuta una verdura non necessariamente la rifiuterà per sempre. Potrebbe avere soltanto bisogno di più tempo per conoscerla, osservarla e sentirsi sicuro davanti a quel sapore. L’obiettivo non consiste nel costringere i bambini a mangiare tutto, ma nell’accompagnarli gradualmente verso una maggiore curiosità e una più ampia varietà alimentare. La pazienza dei genitori, in questo percorso, può diventare uno degli ingredienti più importanti.
A cura della Redazione
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