Molti italiani ignorano i dati clinici più importanti rilevati dai propri orologi intelligenti, limitandosi a monitorare solo l’attività motoria
L’impiego di smartwatch, smartband e applicazioni dedicate alla gestione del proprio stato fisico coinvolge ormai un terzo della popolazione del nostro paese. Secondo l’indagine Salute misurata e wearable, condotta da Cerba HealthCare Italia su un campione di mille soggetti, il 34,3% degli italiani monitora costantemente i propri parametri, a fronte di un 65,7% che ancora non adotta tali tecnologie. La diffusione di questi strumenti risulta predominante tra i giovani sotto i 35 anni, calando progressivamente con l’avanzare dell’età. Tra chi utilizza questi strumenti, il monitoraggio è ormai un gesto abituale: l’86% controlla i propri dati almeno una volta al giorno e quasi una persona su due lo fa più volte nell’arco della stessa giornata evidenzia Marco Daturi, Chief Marketing Officer di Cerba HealthCare Italia, il quale nota come tali dispositivi siano ancora percepiti prevalentemente come gadget legati al benessere piuttosto che a fini clinici.
L’orientamento degli utenti tra prevenzione e semplice attività fisica
I dati rivelano che il 64,1% degli utilizzatori punta principalmente a mantenersi in forma, mentre appena il 29,7% agisce con finalità di prevenzione o controllo sanitario. Sebbene il 43,4% degli intervistati riconosca il potenziale di questi strumenti per la tutela della salute, la maggioranza (56,6%) li confina ancora all’ambito del fitness e del tempo libero. Sergio Carlucci, nutrizionista e Communication Scientific Analyst di Cerba HealthCare Italia, sottolinea che i dati mostrano come la salute misurata sia ormai entrata nella quotidianità, ma con un significato ancora prevalentemente legato allo stile di vita. Sul fronte della comprensione delle informazioni rilevate, sebbene l’87,8% dichiari di capire i parametri, permane un 12,2% che riscontra oggettive difficoltà interpretative. Particolarmente significativa è la reazione alle anomalie: il 73,2% cerca spiegazioni in autonomia sul web, mentre solo il 17,8% decide di contattare un medico.
Il divario tra tecnologia e integrazione nei percorsi medici
Il rapporto con il sistema sanitario appare ancora limitato, dato che il 62,4% degli utenti non ha mai condiviso le informazioni raccolte con un professionista. Anche la dimensione emotiva gioca un ruolo rilevante: l’83,4% degli utilizzatori trae rassicurazione dalle rilevazioni, ma circa un terzo ha vissuto occasionali episodi di ansia. Secondo Sergio Carlucci, emerge la necessità di una mediazione qualificata, capace di collegare le informazioni raccolte dai dispositivi a percorsi di prevenzione strutturati. Un esempio lampante di questa distanza tra dato disponibile e reale conoscenza riguarda il VO2max, un indicatore fondamentale dell’efficienza cardio-respiratoria che misura la capacità del corpo di fornire ossigeno ai muscoli. Nonostante l’importanza di questo parametro per lo stato di forma complessivo, solo il 9,3% del campione sa di cosa si tratti, lasciando un 90,7% nella totale ignoranza del valore.
Verso un ruolo attivo del paziente e la cultura della longevità
Per trasformare questi strumenti in veri alleati della salute, è indispensabile una trasformazione profonda nelle abitudini dei cittadini. Perché questi dispositivi non restino semplici gadget serve un cambio culturale: il paziente deve assumere un ruolo da protagonista, diventando parte attiva e consapevole del proprio percorso di salute afferma Marco Daturi. In conclusione, come ribadito da Sergio Carlucci, la sfida risiede nell’integrare questa salute misurata con i protocolli clinici ufficiali e con una più diffusa cultura del dato. Lo sfruttamento dei segnali legati allo stile di vita rappresenta un’occasione preziosa anche in ottica di longevity, a patto che si incrementino l’informazione e la consapevolezza per generare un valore concreto per le persone e per l’intero sistema sanitario.
A cura della Redazione
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