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Caregiver: quando le ferie diventano assistenza ai familiari

Il periodo estivo, comunemente associato al riposo e al recupero delle energie, si trasforma per una consistente fascia della popolazione in un banco di prova particolarmente severo. Nelle città svuotate dalle partenze opera una platea silenziosa composta da oltre 7 milioni di persone in Italia: sono i caregiver familiari, costretti a intensificare il proprio operato proprio nella stagione in cui la rete di protezione sociale e assistenziale subisce una netta contrazione. La chiusura temporanea dei centri diurni, il personale sanitario e gli assistenti a domicilio in ferie, insieme alla ridotta presenza di parenti o vicini e alla sospensione di molti servizi socioassistenziali, creano un improvviso vuoto di supporto. In tale contesto, i giorni di ferie non vengono destinati allo svago, ma impiegati per sostituire in prima persona le prestazioni territoriali a regime ridotto.

Guja Ventura ph Press
Guja Ventura ph Press

A delineare la portata strutturale di tale scenario è Guja Ventura, Chief Operations Officer di International Care Company (ICC), realtà di riferimento nell’ambito dei servizi alla persona: «Il quadro nazionale attualmente restituisce la fotografia di un Paese che sul piano demografico sta invecchiando sempre di più. Al contempo si contrae la dimensione dei nuclei familiari e si sfilaccia inevitabilmente la rete di assistenza e reciproco supporto. I caregiver familiari in Italia sono oltre 7 milioni e prevalentemente donne nella fascia di età tra i 45 e i 64 anni. Su di loro gravano inoltre impegni lavorativi, personali, oltre che familiari. C’è chi presta assistenza in modo continuativo e chi invece deve barcamenarsi tra il lavoro e le esigenze di un familiare da assistere.»

La figura prevalente all’interno di questa rete informale è rappresentata da donne tra i 45 e i 64 anni, strette tra la propria occupazione lavorativa, le mansioni domestiche e la cura costante di genitori anziani, partner affetti da malattie croniche o parenti con disabilità. Per molte di loro, la stagione calda si traduce nella rinuncia al riposo per compensare l’assenza temporanea del personale di assistenza.

A rendere ancor più complessa la gestione quotidiana intervengono le ondate di calore, rese più prolungate e severe dai mutamenti del clima. Le elevate temperature rappresentano una grave minaccia per anziani, persone fragili e malati cronici, aumentando sensibilmente il rischio di disidratazione, complicanze cardiocircolatorie e ricoveri d’urgenza in ospedale. Di conseguenza, le incombenze per chi assiste diventano ancor più rigide:

  • Monitorare costantemente l’idratazione e l’alimentazione;
  • Vigilare sulla corretta assunzione delle terapie farmacologiche;
  • Riorganizzare gli spazi domestici per garantire una climatizzazione adeguata;
  • Evitare uscite e spostamenti nelle fasce orarie a rischio.

Questo insieme di compiti comporta un notevole appesantimento del carico fisico ed emotivo, mentre la ricerca di sostituti per le badanti o di personale domiciliare a ore si rivela estremamente difficoltosa.

Le ricadute di una pressione assistenziale costante travalicano le mura domestiche. Come evidenzia Guja Ventura: «L’impatto di questa situazione va oltre la sfera privata. Lo stress prolungato, la difficoltà di conciliare lavoro e assistenza e il rischio di isolamento incidono sul benessere psicofisico del caregiver e, indirettamente, anche sulla produttività lavorativa e sulla qualità della vita dell’intero nucleo familiare.»

La criticità della situazione trova riscontro nelle ricerche condotte congiuntamente dalle Università di Bologna e del Molise, in collaborazione con realtà pubbliche e private. Dalle analisi emerge il punto critico del sistema italiano: un profondo divario tra una domanda di cura in costante crescita e un’offerta di servizi – sia pubblica sia privata – tuttora insufficiente. Il Paese continua ad affidarsi alla dedizione gratuita delle famiglie, che si fanno carico della somministrazione delle terapie, della prenotazione e dell’accompagnamento alle visite specialistiche, delle pratiche burocratiche e della messa in sicurezza dell’abitazione, spesso a discapito della propria salute e della sfera professionale.

Per prevenire situazioni di esaurimento e supportare i congiunti, assume grande importanza l’intervento di società specializzate nei servizi socioassistenziali. L’attività si articola oggi nella costruzione di percorsi personalizzati, fondati sulla valutazione preliminare delle esigenze individuali, sulla selezione e sul rapido rimpiazzo di operatori qualificati, nonché sul coordinamento costante degli interventi. Un elemento fondamentale è costituito dal respite care, ossia i servizi di sollievo pensati per permettere al familiare di prendersi una pausa temporanea senza compromettere la continuità della cura.

In merito a tali misure, Guja Ventura spiega: «La letteratura scientifica evidenzia che questi interventi contribuiscono a ridurre il carico emotivo e organizzativo dei familiari, migliorandone il benessere psicologico e contribuendo a prevenire quello che nel contesto dell’assistenza familiare viene definito “burden” (fardello), ossia il burnout dei caregiver. Allo stesso tempo, favoriscono una migliore qualità dell’assistenza e della vita anche per la persona fragile, soprattutto quando sono inseriti in un percorso di presa in carico continuativo e integrato. Tuttavia, altri studi segnalano che questi servizi sono ancora poco conosciuti, difficilmente accessibili o insufficientemente diffusi, limitandone il potenziale beneficio per le famiglie.»

L’assistenza territoriale sta così evolvendo verso un modello integrato a rete che unisce il settore pubblico, la sanità privata e il terzo settore. L’accudimento domiciliare viene affiancato da strumenti di teleassistenza, consulenza sociosanitaria, supporto psicologico e piattaforme digitali volte al monitoraggio e alla gestione integrata dei bisogni.

L’impegno nella cura tocca da vicino il tessuto produttivo. I dati elaborati dall’Istat mostrano infatti che il 22% delle persone occupate – oltre un lavoratore su cinque – svolge regolarmente attività di caregiving informale verso familiari, conoscenti o vicini non autosufficienti. Tra le donne occupate la quota sale al 27,2%, contro il 18,2% registrato tra gli uomini. La difficoltà di conciliare impiego e accudimento rende indispensabile un ripensamento delle strategie di welfare aziendale.

Come rimarca in conclusione Guja Ventura: «L’estate rappresenta solo il momento in cui le difficoltà emergono con maggiore evidenza. Una cartina al tornasole per un sistema che deve ripensare il modello di assistenza e alleggerire il carico per le singole famiglie. La vera sfida è costruire un ecosistema capace di sostenere i caregiver lungo tutto l’anno, integrando il ruolo insostituibile delle famiglie con una rete di servizi professionali accessibili, flessibili e di qualità, con parte dei servizi offerti anche dal sistema welfare aziendale.»

Per le imprese diventa perciò determinante superare le formule basate esclusivamente su incentivi economici o fringe benefit, inserendo nei piani di welfare servizi effettivi di assistenza alla persona, consulenza e orientamento sociosanitario. In un contesto segnato dal progressivo invecchiamento della popolazione e dalla contrazione dei nuclei familiari, investire stabilmente nei servizi assistenziali rappresenta la soluzione imprescindibile per salvaguardare i soggetti più fragili e dare sostegno a chi costituisce il pilastro primario del welfare in Italia.

A cura della redazione

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