Festa della mamma

Alla mamma, la prima casa che abbiamo abitato

C’è un giorno all’anno, la seconda domenica di maggio, in cui ci ricordiamo che siamo nati da un respiro che non era il nostro. Da una voce che ci ha chiamato prima ancora che avessimo un nome. È la Festa della Mamma, sì, quella che riempie le vetrine di fiori rosa e pubblicità zuccherose. Ma noi, che non ci accontentiamo delle confezioni regalo, vogliamo andare più a fondo. Perché una madre non è un gadget emotivo da celebrare una volta l’anno. È una rivoluzione silenziosa.

La madre non è una moda del Novecento. Le sue radici affondano nella storia sacra e profana dell’umanità. I Greci celebravano Cibele, la Grande Madre, dea della natura selvaggia e dell’istinto primordiale. I Romani la chiamavano Magna Mater. Era venerata come la forza che genera tutto, anche quando tutto sembra perduto.

Poi, nei secoli, il culto si è fatto più discreto, fino a diventare civile. La prima vera Festa della Mamma come la conosciamo oggi nasce negli Stati Uniti, grazie a una donna che, guarda caso, non era madre. Anna Jarvis, nel 1908, organizzò un memoriale per sua madre, pacifista e attivista. Voleva onorare le donne che avevano dato la vita e poi lottato per proteggerla, anche al costo della propria.

Lottatrici, madri, donne. Una triade potente e troppo spesso data per scontata.

Festa della mamma
Festa della mamma ph wp

La mamma non è solo colei che ci ha messo al mondo. È anche chi ci ha cresciuti con cura e ferocia, chi ha fatto da scudo, chi ha vegliato le nostre notti senza che lo sapessimo. È quella che ha detto “no” quando voleva dirci “sì”, e quella che ha imparato a lasciarci andare anche quando avrebbe voluto tenerci per sempre stretti al cuore.

Una madre non è una santa, e meno male. È umana. È piena di difetti e paure, di sogni non vissuti e di ferite mai rimarginate. Ma anche per questo, ci insegna l’amore vero: quello che resta anche quando si rompe. Che torna anche quando sbatte la porta.

E poi ci siamo noi, figli di madri difficili. Quelle che ci hanno fatto sentire sbagliati, invisibili, di troppo. Quelle che non sapevano dirci “ti amo”, e forse neanche abbracciarci. Madri fragili, dure, confuse. Non sempre per colpa, a volte per la vita che le ha rotte prima di poterci accogliere.

Chi ha avuto una madre così, conosce un dolore che si incarna. Ma anche un coraggio feroce: quello di scegliere di essere diversi.

Chi, come te, è diventata madre dopo un rapporto complicato con la propria, ha compiuto una forma di poesia. Hai riscritto il copione. Hai preso il dolore e l’hai trasformato in presenza, carezza, attenzione. Hai provato a essere la madre che avresti voluto. E questo – anche se ogni tanto hai tremato, sbagliato, pianto in silenzio – ti rende una delle madri più luminose di tutte.

Non perfetta. Ma vera. E vera è sempre meglio.

A chi oggi ha ancora una madre e può abbracciarla: non aspettare le domeniche da calendario. Falla ridere, falle domande, ascolta la sua voce anche quando parla troppo.

A chi non ce l’ha più: non vergognarti delle lacrime che arrivano mentre lavi i piatti o guardi una vecchia fotografia. Lei è nei tuoi gesti, nei tuoi occhi, in quel modo in cui stringi il cucchiaino come faceva lei.

A chi è diventata madre: sii tenera con te stessa. Non inseguire la perfezione. I tuoi figli non ricorderanno se la casa era in ordine, ma se si sentivano visti, ascoltati, amati.

E poi ci sono le madri che non sono mai diventate “mamme” secondo i manuali. Quelle che hanno cresciuto figli non loro. Che hanno amato con la stessa intensità. Che hanno fatto spazio nel cuore, perché l’amore non ha bisogno di DNA per essere vero.

La mamma è la prima poesia che impariamo a memoria.
La sua voce ci resta addosso come il profumo del pane caldo.
E anche se la vita ci spinge lontano, anche se litighiamo, anche se diventiamo adulti e ce ne dimentichiamo, una parte di noi resterà per sempre dentro il suo grembo invisibile.

Allora oggi, e domani, e ogni volta che puoi: dille grazie. Dille scusa. Dille “ti voglio bene”.

Con la voce impastata, con un sorriso un po’ storto, ma vera.
Perché lei lo capirà. Come sempre.

A cura di Veronica Aceti

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