Riscoprire il significato profondo delle risposte emotive dietro gli slogan comuni
Al giorno d’oggi ci muoviamo con grande disinvoltura nell’utilizzo del lessico dei social network, ma mostriamo una crescente fatica quando occorre spiegare con accuratezza cosa avviene nel nostro mondo interiore. Ricorriamo di continuo a formule immediate e autoironiche come essere in overthinking, definirsi procrastinatori seriali o proclamarsi emotivamente a pezzi. Sebbene queste diciture siano perfette per una storia su Instagram, finiscono per livellare stati d’animo profondamente differenti. Oltre una semplice battuta possono infatti celarsi ansia, vergogna, paura, stanchezza o un inespresso bisogno di supporto. A mettere in luce questa contraddizione è un’indagine condotta nel 2026 da Unobravo in collaborazione con Ipsos Doxa, focalizzata sull’educazione emotiva in Italia. Il quadro che ne deriva indica un ostacolo trasversale a tutte le età, le cui origini risalgono spesso al nucleo familiare.
Stando ai dati emersi dalla rilevazione, appena un italiano su quattro dichiara di aver avuto un’istruzione sui sentimenti durante l’infanzia, e soltanto due persone su dieci ricordano genitori in grado di guidarle nel dare un nome alle proprie sensazioni. Ciononostante, oltre tre italiani su quattro riconoscono come gli insegnamenti o le carenze dell’infanzia abbiano condizionato le loro relazioni da adulti. Il 58% del campione riferisce di essere stato frenato nel manifestare il proprio stato d’animo con frasi quali «non piangere» o «devi essere forte». Si tratta di raccomandazioni apparentemente protettive che insegnano a nascondere la tristezza anziché comprenderla. Il fenomeno coinvolge in modo evidente anche i più giovani: nella Generazione Z, più di un ragazzo su quattro ammette di riscontrare ostacoli nel confidare in famiglia sentimenti come rabbia o sconforto.
Sulla questione sono stati raccolti anche i pareri degli esperti della salute mentale. Tra i professionisti con più di dieci anni di carriera, quattro su dieci registrano nei pazienti un progressivo impoverimento del vocabolario emotivo. Inoltre, il 68% rileva forti difficoltà nell’esprimere i propri vissuti, mentre appena il 4% considera l’empatia tra le doti meno sviluppate. Non riuscire a comunicare un sentimento non equivale a essere insensibili: una persona può avvertire un’emozione profonda senza saperla identificare. Quasi otto terapeuti su dieci individuano la causa principale nelle famiglie poco abituate al dialogo emotivo. Per quasi sette esperti su dieci, questo blocco ostacola la comprensione del problema e la richiesta di aiuto, mentre per circa il 30% degli intervistati comporta un ritardo nel prendere appuntamento con uno specialista.
Dalle espressioni dei social alla comprensione dei sentimenti con l’Emozionario
Per contrastare questo impoverimento comunicativo, Unobravo ha ideato il progetto Emozionario – Il non dizionario delle emozioni, una proposta che capovolge la struttura dei vocabolari tradizionali. Anziché prendere le mosse dalla definizione teorica di un affetto, il volume esamina le frasi colloquiali impiegate ogni giorno e spinge a domandarsi quale reale stato d’animo si cele dietro di esse. Lanciata in coincidenza con la Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre, l’iniziativa non intende censurare lo slang giovanile o vietare i termini della rete, bensì trasformare tali abitudini verbali in un punto di partenza per esplorare vissuti psicologici più complessi.
Un esempio emblematico è la frase «sono in overthinking totale», usata quando ci si ritrova a rimuginare senza sosta su un evento o a prefigurare scenari catastrofici. Dietro questo lavorio della mente si nasconde spesso l’ansia, una sensazione legata al timore dell’avvenire. L’ansia rappresenta un segnale di allarme strutturato per preparare il corpo ad affrontare un ostacolo: riconoscerla permette di passare dal generico «sto impazzendo con i pensieri» a un interrogativo più concreto sulla natura precisa della propria paura. Allo stesso modo, il noto slogan «sono piena rasah» esprime un’esasperazione ironica che maschera l’insofferenza o la rabbia non canalizzata, destinata ad accumularsi se non affrontata per tempo.
Anche l’espressione «in modalità zombie» viene utilizzata con frequenza, ma racchiude sfumature differenti come stanchezza, noia, mancanza di energie o persino tristezza e senso di colpa per non aver sfruttato il tempo a disposizione. Analogamente, la frase «sono un procrastinatore seriale» rischia di etichettare una condotta occasionale come un tratto permanente del carattere. In realtà, il continuo rinvio dei compiti serve frequentemente a evitare emozioni sgradite come la paura di fallire, il timore del giudizio o la vergogna di non dimostrarsi all’altezza. Infine, affermare «sono geloso perché ti amo» rischia di giustificare qualsiasi comportamento in nome dell’affetto. La gelosia è un sentimento, mentre controllare lo smartphone del partner, pretendere spiegazioni o limitarne la libertà sono azioni ben distinte.
La validazione scientifica dell’educazione emotiva e l’importanza del nome giusto
Il valore del riconoscimento delle proprie emozioni trova un solido supporto anche nella letteratura scientifica. Una meta-analisi pubblicata nel 2025 sul Journal of Psychiatric Research ha vagliato 98 studi sottoposti a revisione tra pari dedicati alla cosiddetta emotional granularity, ossia l’attitudine a distinguere con esattezza i differenti stati d’animo. I ricercatori hanno riscontrato un legame diretto tra un’elevata precisione emotiva e migliori indici di benessere psicologico. Saper sostituire una dicitura generica come «sto male» con affermazioni puntuali quali «sono deluso perché mi aspettavo un riconoscimento», «sono in ansia perché temo di sbagliare» o «sono arrabbiato perché mi sento ignorato» consente di individuare subito l’origine del problema.
Inoltre, ulteriori evidenze dimostrano come la scarsa consapevolezza emotiva possa peggiorare la percezione dei vissuti negativi. Una ricerca apparsa nel 2018 su PubMed Central ha esaminato un gruppo di 108 partecipanti, evidenziando una chiara correlazione tra l’alessitimia, la bassa consapevolezza di sé e le difficoltà nel distinguere gli stati d’animo sgradevoli. Il progetto promosso da Unobravo invita proprio a fare un momento di pausa per riflettere sulle parole che pronunciamo. Non occorre rinunciare all’ironia o trasformare ogni dialogo in una seduta terapeutica: basta iniziare da un quesito essenziale come «Come sto davvero?». Se il malessere persiste, parlarne con un professionista della salute mentale o una persona fidata costituisce un passaggio fondamentale.
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