Il Rapporto AlmaLaurea 2026 evidenzia un forte divario nelle retribuzioni tra chi lavora in Italia e chi costruisce la propria carriera all’estero, mentre il nostro Paese continua ad attirare una parte significativa dei laureati internazionali
Il mercato del lavoro continua a spingere una parte dei giovani laureati italiani verso altri Paesi, soprattutto quando l’estero offre condizioni economiche e professionali più vantaggiose. Il Rapporto AlmaLaurea 2026 fotografa un fenomeno che ormai supera la semplice esperienza di studio o di lavoro temporaneo. Per molti laureati il trasferimento oltreconfine rappresenta una scelta concreta per costruire una carriera più remunerativa e ricca di opportunità. Il confronto tra le retribuzioni evidenzia infatti una distanza considerevole tra chi rimane in Italia e chi decide di lavorare all’estero.
La differenza emerge soprattutto a cinque anni dal conseguimento della laurea. I laureati di secondo livello che lavorano fuori dall’Italia percepiscono mediamente circa 2.941 euro netti al mese, mentre quelli che lavorano nel nostro Paese arrivano a circa 1.840 euro. Il vantaggio economico per chi lavora all’estero raggiunge così quasi il 60%. Anche a un anno dalla laurea il divario resta molto ampio: i lavoratori oltreconfine ricevono mediamente circa 2.290 euro netti mensili, contro i 1.452 euro dei laureati occupati in Italia.
Il ritorno in Italia diventa sempre più difficile
La differenza salariale contribuisce a spiegare perché molti laureati non considerino il rientro una prospettiva concreta nel breve periodo. Una volta trasferiti, infatti, i giovani professionisti possono sviluppare competenze internazionali, entrare in aziende strutturate e accedere a percorsi di crescita che rafforzano progressivamente la loro posizione. Quando il percorso professionale all’estero si consolida, tornare in Italia può significare rinunciare a una parte dei vantaggi economici e lavorativi conquistati.
Secondo il rapporto, quasi sette laureati italiani che lavorano oltreconfine su dieci ritengono poco probabile o molto poco probabile tornare nel nostro Paese nei cinque anni successivi. Il dato mostra quanto la mobilità possa trasformarsi in una scelta stabile. La partenza può iniziare con l’obiettivo di accumulare esperienza, migliorare la conoscenza delle lingue o trovare il primo impiego, ma con il passare del tempo le ragioni per restare possono diventare sempre più numerose.
Lo stipendio non rappresenta comunque l’unico elemento che determina la decisione. I laureati valutano anche le possibilità di carriera, l’organizzazione aziendale, la flessibilità, l’autonomia e la qualità complessiva della vita professionale. Un eventuale rientro richiede quindi condizioni capaci di competere non soltanto sul piano economico, ma anche su quello delle prospettive future.
Germania e Svizzera tra le mete più scelte
L’Europa continua a rappresentare una destinazione privilegiata per i laureati italiani che decidono di trasferirsi. La Germania occupa una posizione di primo piano, seguita dalla Svizzera. Anche Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Regno Unito compaiono tra le principali destinazioni. Questi Paesi offrono mercati del lavoro differenti, ma condividono in molti casi una maggiore capacità di valorizzare alcune professionalità altamente qualificate.
La scelta di partire nasce quindi dall’incrocio tra retribuzione, prospettive professionali e qualità dell’esperienza lavorativa. Per alcuni giovani conta soprattutto il salario, mentre altri cercano aziende capaci di offrire percorsi di crescita più rapidi o incarichi maggiormente coerenti con la formazione universitaria. La possibilità di lavorare in contesti internazionali può inoltre ampliare le competenze e rendere il profilo professionale più competitivo nel tempo.
La percentuale di laureati che lavora all’estero resta comunque relativamente contenuta rispetto all’intera popolazione universitaria. Il fenomeno assume però un peso particolare quando riguarda profili qualificati e persone che, dopo alcuni anni, decidono di consolidare la propria vita professionale fuori dall’Italia. In questi casi la perdita per il Paese non riguarda soltanto un lavoratore, ma anche le competenze e l’esperienza maturate attraverso il sistema universitario nazionale.
L’altra faccia della mobilità: l’Italia attrae talenti
Il Rapporto AlmaLaurea 2026 mostra però anche una realtà meno conosciuta. L’Italia non rappresenta soltanto un Paese dal quale i laureati partono. Gli atenei italiani attirano infatti anche studenti internazionali che scelgono di completare qui il proprio percorso universitario. Una parte consistente di questi laureati decide successivamente di rimanere nel nostro Paese e di iniziare qui la propria carriera.
A cinque anni dalla laurea, circa il 60% dei laureati internazionali risulta occupato in Italia. La percentuale raggiunge il 66% tra le donne, mentre scende al 53,8% tra gli uomini. Il dato evidenzia quindi una capacità concreta del sistema italiano di trattenere una parte dei talenti formati attraverso le proprie università, creando un flusso di competenze che compensa almeno in parte la perdita di laureati italiani.
Questa doppia dinamica rende il quadro particolarmente interessante. Da una parte l’Italia deve fare i conti con giovani altamente qualificati che trovano all’estero stipendi più elevati e percorsi professionali più attrattivi. Dall’altra, il Paese riesce ad attirare persone provenienti da altri sistemi universitari e, in molti casi, a inserirle nel proprio mercato del lavoro. La vera sfida consiste quindi nel rafforzare entrambe le capacità: trattenere i propri laureati e aumentare l’attrattività verso quelli stranieri.
Più occupazione, ma la qualità del lavoro resta decisiva
I dati sull’occupazione dei laureati offrono alcuni segnali incoraggianti. A un anno dal titolo, il tasso di occupazione raggiunge l’81,2% tra i laureati di primo livello e l’80,8% tra quelli di secondo livello. Dopo cinque anni, le percentuali superano il 90%, arrivando al 91,7% per i primi e al 94,4% per i secondi. Il problema non riguarda quindi soltanto la possibilità di trovare un lavoro, ma soprattutto il valore economico e professionale dell’occupazione raggiunta.
Le aspettative dei giovani sono inoltre cambiate. I laureati mostrano una maggiore attenzione verso la coerenza tra formazione e impiego e valutano con più attenzione le condizioni offerte dalle aziende. Anche la retribuzione assume un peso crescente, ma non costituisce l’unico criterio. Flessibilità, autonomia, tempo libero e ambiente professionale entrano sempre più nella valutazione di una proposta di lavoro.
La direttrice di AlmaLaurea, Marina Timoteo, ha richiamato proprio questo cambiamento nelle aspettative dei giovani. «Non sono più solo carriera e guadagno a contare», ha spiegato, sottolineando l’importanza crescente di aspetti legati alla qualità complessiva dell’esperienza lavorativa.
Il quadro complessivo racconta quindi un’Italia che migliora sul fronte dell’occupazione, ma che deve ancora affrontare un problema significativo sul terreno delle retribuzioni e delle prospettive professionali. La differenza salariale con l’estero può trasformare una scelta inizialmente temporanea in una permanenza definitiva, soprattutto quando il lavoratore trova condizioni difficili da replicare al rientro.
Ridurre la fuga dei cervelli richiede dunque interventi capaci di rendere il mercato italiano più competitivo. Aumentare l’occupazione rappresenta un passaggio importante, ma non sufficiente. Servono anche salari adeguati, percorsi di carriera credibili, maggiore valorizzazione delle competenze e condizioni di lavoro capaci di rispondere alle nuove aspettative delle generazioni più giovani.
L’obiettivo non consiste nel fermare la mobilità internazionale, ma nel fare in modo che partire rappresenti una scelta e non una necessità. Allo stesso tempo, l’Italia può valorizzare la propria capacità di attrarre laureati stranieri e trasformarla in una risorsa stabile per università, imprese e sistema produttivo. Un mercato del lavoro più competitivo potrebbe così ridurre la distanza con le principali destinazioni estere e rendere nuovamente possibile il rientro di una parte dei professionisti che oggi costruiscono il proprio futuro oltreconfine.
A cura della Redazione
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