Il parlamento danese approva un indennizzo di circa 40.000 euro a testa per le donne inuit sottoposte all’inserimento non consensuale della spirale tra gli anni Sessanta e il 1991
A mezzo secolo dall’avvio del programma noto come Spiralkampagnen, la Danimarca ha formalizzato un provvedimento storico per risarcire le donne della Groenlandia sottoposte a pratiche di contraccezione coatta durante gli anni dell’amministrazione sanitaria guidata da Copenaghen. Il parlamento danese, il Folketing, ha approvato una legge che assegna un indennizzo di trecentomila corone danesi, pari a circa quarantamila euro, a ciascuna delle persone a cui vennero applicati dispositivi intrauterini o somministrati farmaci contraccettivi iniettabili in assenza di un consenso libero e informato. L’iniziativa rappresenta una tappa fondamentale nel percorso di riconoscimento delle responsabilità coloniali danesi nell’isola artica, aprendo al contempo complessi interrogativi storici e giuridici che sfiorano la fattispecie di genocidio secondo i parametri del diritto internazionale.
La genesi della Spiralkampagnen e le violazioni contro le donne in Groenlandia
Le origini della vicenda risalgono agli anni Sessanta e Settanta del Novecento. La Groenlandia, decolonizzata formalmente nel 1953 mediante l’incorporazione nel Regno di Danimarca come contea speciale, stava affrontando una profonda riorganizzazione urbanistica ed economica diretta da Copenaghen. In tale quadro, la marcata crescita demografica della popolazione inuit allarmava le autorità danesi, le quali temevano un aggravio della spesa statale destinata a edilizia, istruzione, assistenza sanitaria e sussidi pubblici. Per frenare questa tendenza, il ministero per la Groenlandia e i vertici della sanità pianificarono una vasta campagna mirata: tra il 1966 e la conclusione del 1970, perlomeno quattromilasettanta donne e ragazze groenlandesi subirono l’inserimento coatto di una spirale intrauterina, coinvolgendo circa la metà dell’intera popolazione femminile locale in età fertile. Il piano proseguì anche successivamente con l’impiego del contraccettivo ormonale iniettabile Depo-Provera, provocando un tracollo immediato del tasso di fecondità, sceso da una media di sette figli per donna nel 1966 a 2,3 nel 1974.
L’intervento sanitario si configurò come una sistematica violazione dell’integrità fisica e dell’autodeterminazione, dato che la maggior parte dei dispositivi venne impiantata durante controlli medici a scuola o visite di routine senza alcuna spiegazione, all’insaputa dei genitori e senza un consenso valido. Moltissime pazienti erano adolescenti, talvolta di appena dodici anni. Le spirali impiegate, perlopiù modelli Lippes Loop progettati per corpi adulti che avevano già affrontato gravidanze, provocarono forti dolori, infiammazioni pelviche croniche, emorragie, lesioni interne e, in numerosi casi, la perdita definitiva della fertilità. Il silenzio su queste pratiche è durato per decenni a causa della vergogna, del tabù culturale e del netto squilibrio di potere tra il personale medico danese e le pazienti autoctone, fino a quando, nel 2022, un podcast investigativo e un’inchiesta radiofonica dell’emittente pubblica DR hanno raccolto le prime denunce pubbliche, sfociate nel marzo del 2024 in un’azione legale collettiva in cui centoquarantatré vittime hanno citato in giudizio lo Stato danese per violazione dei diritti umani.
L’indagine storica, le scuse istituzionali e il fondo stanziato dal Folketing
Nel settembre del 2025 un’indagine storiografica indipendente condotta sugli archivi sanitari e governativi ha esaminato la documentazione clinica relativa a trecentocinquantaquattro donne, rilevando quattrocentottantotto casi accertati di contraccezione forzata o non consensuale, di cui quattrocentodieci legati a dispositivi intrauterini. Soltanto in quarantasette cartelle è stato possibile rintracciare un consenso formale e consapevole, mentre nelle restanti situazioni l’assenso era del tutto assente o privo di riscontri scritti. Di fronte a queste prove, la prima ministra danese Mette Frederiksen si è recata a Nuuk nel settembre del 2025 per esprimere le scuse ufficiali della Danimarca, ammettendo che non si trattò di semplici sviste isolate ma di una discriminazione sistematica che privò migliaia di donne groenlandesi del controllo sul proprio corpo.
Anche le istituzioni di Nuuk hanno dovuto fare i conti con la propria quota di responsabilità: nel 1992 la sanità è passata sotto la diretta amministrazione del governo autonomo locale e le ricerche hanno accertato che almeno quindici episodi di contraccezione coatta sono avvenuti dopo tale passaggio di consegne, spingendo il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen a presentare le scuse istituzionali per i ritardi e le mancanze avvenute sotto la gestione autonoma. La norma approvata dal Folketing nel 2026 ha quindi istituito un fondo di risarcimento destinato a tutte le donne sottoposte a trattamenti contraccettivi senza consenso tra il 1960 e il passaggio delle competenze del 1991, stanziando trecentomila corone per ciascuna vittima avente diritto.
Il dibattito sul genocidio secondo la Convenzione ONU e il passato coloniale della Danimarca
L’erogazione dei risarcimenti non ha spento il confronto giuridico e politico. Contestualmente alla legge di Copenaghen, il governo autonomo groenlandese (Naalakkersuisut) ha reso noti due rapporti legali per stabilire se la Spiralkampagnen integri gli estremi di genocidio ai sensi dell’articolo II, lettera d, della Convenzione ONU del 1948, che punisce le misure dirette a impedire le nascite all’interno di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Gli esperti hanno espresso conclusioni divergenti: la prima perizia, curata dal giurista Jonas Christoffersen e dalla psicologa Jensine Nedergaard, ammette la rispondenza delle azioni materiali alla convenzione ma esclude che vi siano evidenze sufficienti a dimostrare il dolus specialis dello Stato danese o dei sanitari per annientare il gruppo inuit, motivando gli interventi con il contenimento della spesa e l’adeguamento ai modelli occidentali; il secondo parere, elaborato dalla giurista Miriam Cullen e dall’esperta inuit di diritto internazionale Dalee Sambo Dorough, ritiene invece non escludibile l’ipotesi di genocidio, richiamando le pressioni psicologiche, i rifiuti dei medici di rimuovere i dispositivi e la piena consapevolezza degli effetti demografici, indicando che solo una corte internazionale con accesso completo agli archivi potrà sciogliere il nodo.
La campagna contraccettiva costituisce un tassello di una più ampia politica coloniale attuata da Copenaghen dopo la Seconda guerra mondiale per modernizzare e assimilare la popolazione locale. Tra i precedenti storici figurano l’esperimento del 1951, nel quale ventidue bambini groenlandesi furono allontanati dalle famiglie per essere formati in Danimarca come futura classe dirigente danofona, le disparità salariali a scapito dei lavoratori inuit a parità di mansioni e la discriminazione burocratica verso i figli di donne groenlandesi non sposate. Se l’indennizzo economico per la Spiralkampagnen rappresenta un ristoro tangibile per le sopravvissute, la Groenlandia persegue una riconciliazione più profonda attraverso una Commissione per la verità e la riconciliazione, impegnata a fare luce sull’epoca coloniale e a ridefinire su basi paritarie i rapporti istituzionali con la Danimarca.
Leggi anche: Gli errori invisibili che rovinano la tua pelle ogni giorno
Seguici su Instagram!
